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Finanza e assicurazioni
Home›Finanza e assicurazioni›Quanto prenderò di pensione? L’importanza del tasso di sostituzione.

Quanto prenderò di pensione? L’importanza del tasso di sostituzione.

By Davide Rattacaso
15 Ottobre 2019
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Il sistema previdenziale italiano è considerato tra i più complessi d’Europa anche a causa delle frequenti modifiche alla normativa. Non è oggettivamente semplice per i lavoratori avere un quadro chiaro della propria posizione contributiva e del presumibile ammontare dell’assegno pensionistico.

E’ bene, comunque, dedicare un po’ di attenzione a questi temi in modo da poter eventualmente adottare, per tempo, tutte le scelte più opportune per vivere la pensione con tranquillità dal punto di vista economico.

Vediamo di fare il punto della situazione.

IL METODO DI CALCOLO DELLA PENSIONE: SISTEMA RETRIBUTIVO VS CONTRIBUTIVO

Il 1995 è stato un anno storico per il sistema previdenziale italiano perché ha segnato l’entrata in vigore della Riforma Dini che ha modificato il metodo di calcolo della pensione, introducendo il sistema contributivo al posto del precedente sistema retributivo.

Con il sistema retributivo, la pensione si calcola con riferimento agli ultimi stipendi; non si considerano, quindi, i contributi versati durante la vita lavorativa ma diventa importante quanto si guadagna durante l’ultima parte di carriera.

Con il metodo contributivo, invece, la pensione viene calcolata in base alla somma dei contributi versati, rivalutando questi importi in base all’andamento del Prodotto Interno Lordo.

Il legislatore del 1995 ha previsto alcune regole per disciplinare il passaggio tra i due sistemi, che hanno, inevitabilmente, creato  tre situazioni differenti e una grande disparità tra generazioni e tra lavoratori. Infatti:

  • coloro che lavoravano già da almeno 18 anni prima del 31/12/1995 hanno continuato a far riferimento al sistema retributivo;
  • coloro che hanno iniziato a lavorare dal 1996 sono passati integralmente al sistema contributivo;

infine è stato previsto un sistema misto, cioè retributivo fino al 31 dicembre 1995 e poi contributivo,  per coloro che avevano meno di 18 anni di contributi prima del 31/12/1995.

Ma non è finita qui perché, dal 1 gennaio 2012, con la c.d. riforma Fornero, anche coloro che nel 1995 avevano più di 18 anni di contributi sono passati al sistema contributivo per tutti i versamenti effettuati dal 2012 in avanti.

Quindi, capire quanto si percepirà di pensione, una volta smesso di lavorare, è fondamentale per poter affrontare il futuro con consapevolezza e serenità.

Ma come valutare il dato che ci può venire fornito dal nostro ente previdenziale?

quale sarà il potere d’acquisto di quella cifra in futuro?

L’inflazione, in altre parole, quanto eroderà il valore reale dei miei risparmio previdenziali?

Per sfuggire da questi dilemmi si utilizza un’altra modalità per fotografare il valore della nostra pensione futura: il tasso di sostituzione.

Si tratta di una proporzione tra la prima rendita pensionistica e il nostro ultimo stipendio.

Maggiore sarà il rapporto tra il primo fattore e il secondo e minore sarà l’impatto del momento del pensionamento sulle nostre tasche.

IL PARAMETRO CHIAVE: IL TASSO DI SOSTITUZIONE

Il valore più significativo da esaminare nel proprio estratto conto contributivo è il tasso di sostituzione, ovvero il rapporto in percentuale tra l’importo del primo assegno pensionistico e l’ultimo stipendio percepito, perché questo parametro consente di comprendere se e in che misura il tenore di cui si gode durante la vita attiva potrà essere mantenuto una volta fuori dal mondo del lavoro.

Facciamo un esempio; se un lavoratore guadagna a fine carriera 2.500 euro al mese e il tasso di sostituzione è il 60%, la sua pensione mensile sarà il 60% di 2.500 euro e cioè 1.500 euro.

LA SOLUZIONE

Essere consapevoli di quanto si percepirà con la pensione pubblica, ci permette di pianificare la costruzione del nostro tenore di vita al termine dell’attività lavorativa.

Una prima soluzione è rappresentata dai Fondi pensione di categoria (alimentati attraverso i versamenti delle aziende e dei lavoratori) in genere previsti nei contratti collettivi dei lavoratori dipendenti.

Per tutti i lavoratori, specialmente quelli autonomi, l’integrazione può essere realizzata anche attraverso i Piani Individuali Previdenziali (PIP), strumenti previdenziali individuali che beneficiano di importanti incentivi fiscali, grazie ai quali è possibile, in modo economicamente sostenibile, garantirsi una pensione complementare e aggiuntiva rispetto alla pensione pubblica.

Quale che sia la propria situazione conviene in ogni caso non aspettare, perché prima si inizierà, maggiore sarà l’integrazione che si percepirà al momento della pensione.

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    Ottima panoramica ;-)

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